La protesta dei giovani e dei poveri

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Inizio dal fondo di oggi di Ernesto Galli della Loggia ” le cinque ragioni di una sconfitta “, perché sintetizza emblematicamente l’insofferenza del Corsera per l’uomo Renzi e tutto ciò che la sua figura simboleggia
nel panorama politico italiano.
Ci sono commenti del giorno dopo, resi a sconfitta conclamata, che rappresentano plasticamente la attitudine maramaldesca di tanti maestri di pensiero, che non hanno avuto il coraggio di sfidare le temperie della politica, ma godono ad infierire sui resti degli avversari.
La tesi di costui è che Renzi era ormai diventato antipatico alla grande maggioranza degli italiani per aver ecceduto in ottimismo, in annunci trionfalistici, in piaggeria nei confronti delle elites di potere, in battutismo e sarcasmo spicciolo, in elargizioni di bonus ed elemosine, in generosità per la consorteria toscana dentro la quale si è asserragliato.
Tutti aspetti sui quali si può ovviamente discutere in maniera laica, ma sciorinati uno dietro l’altro solo dopo il tonfo elettorale, nel momento di massima debolezza, non per servizio di analisi, ma per schiacciare il vinto sotto lo scarpone chiodato del trionfatore.
La realtà appare molto più complessa, perché questa narrazione non spiega le ragioni dell’ esistenza del renzismo, che è speculare al descritto sentimento anti e non rappresenta certo un’insignificante
minoranza degli elettori, ma, sopratutto manca della necessaria comparazione tra il giovanotto di Rignano ed i suoi predecessori o attuali antagonisti.
La netta vittoria del no ha molti padri ed è sufficiente andare a verificare la diversificazione geografica ed anagrafica del voto, oltre al dato dell’eccezionale affluenza, per cogliere l’eziologia del fenomeno.
Le percentuali bulgare del sud parlano anche ai sordi di una protesta senza precedenti, per il perdurare di uno stato di disagio ormai insopportabile, di una speranza fuggita da territori desertificati, agricoltura agonizzante, servizi obsoleti, sviluppo industriale morto sul nascere, mafia ancora invincibile, giovani senza lavoro ed avvenire. Pretendere che Renzi potesse dare, in poco più di due anni, risposte decisive ad emergenze millenarie era ovviamente una follia, ma l’avvento di quel giovane grintoso, ottimista, prodigo di promesse, impegnato ad aprire quotidianamente finestre sul futuro, aveva ingenerato aspettative oltre ogni ragionevolezza ed il vederle disattese ha prodotto delusione e rabbia.
Il Paese non accetta la povertà, sente di avere diritto al benessere, alla crescita, al costante miglioramento delle condizioni di vita, tende a trovare un colpevole, un capro espiatorio, qualcuno su cui scaricare le
proprie frustrazioni: l’Europa, l’euro, la globalizzazione, le banche, la massoneria, gli immigrati, Renzi…
I nuovi poveri, quelli che sentono di perdere diritti, non sopportano che gli extracomunitari vengano assistiti dallo Stato, che occupino le case popolari a loro destinate, che insidino le loro donne e minaccino
l’ordine pubblico e la fede religiosa, protestano a voce alta ed ingrossano gli eserciti dei raccoglitori di dissenso, pronti ad assecondarli a qualsiasi costo.
In questo scenario si è svolto il referendum che aveva come tema la riforma della Costituzione, ma è stato utilizzato da tutte le opposizioni per fermare il cammino del premier che aveva osato dar seguito alle parole per mettere in campo reali, anche se opinabili proposte di cambiamento.
Tutto ciò mi induce a concludere che quel 40% di sì non è un risultato deludente, ma un piccolo miracolo, che testimonia dell’ esistenza di un’Italia tollerante, buona, ragionevolmente ottimista, caritatevole,
aperta e non perennemente incazzata, disponibile a sbagliare ed a correggersi, imperfetta, ma perfettibile, la mia Italia.

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