Un parlamento triste

 

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Ho appena finito di assistere al dibatto sulla fiducia, cosa che ho fatto con regolarità alla nascita di tutti i governi, e mi sento povero, deluso ed indifeso, come non era mai accaduto nel corso degli anni.
È una sorta di malessere che mi svuota di ogni entusiasmo ed assesta un colpo durissimo al mio
amore per la politica, che pure ha resistito ad ogni tipo di trauma.
Il parlamento, tempio della democrazia, non è più il luogo deputato al nobile confronto delle idee, che
non esclude lo scontro fragoroso tra le stesse, ma si sta trasformando in una sorta di discarica nella
quale vengono riversate le scorie dei più sordidi malcontenti che fermentano nel corpo sociale.
Una parte della classe politica, quella più onerata dall’esercizio del potere, appare stanca, decrepita, immalinconita, incapace di reagire agli assalti che le vengono portati da chi non si limita a contestarle
iniziative, programmi, opinioni, ma mette in discussione la sua ragione d’essere.
E così si tocca con mano l’asimmetria tra l’arrembante incedere rivoluzionario degli uni e lo sbigottito
smarrimento degli altri, i quali, privi del giovane e spavaldo condottiero che li costringeva ad essere
temerari, vagano nell’emiciclo alla ricerca del tempo perduto e rispondono con belati ai ruggiti degli avversari.
Nel triste parlamento chiamato alla fiducia ad un governo che sembra la lettera ad un bambino mai nato, ed è chiaramente un necessitato pleonasma di cui avremmo volentieri fatto a meno, si aggirano
le anime semivive dei vecchi protagonisti, mentre entrano ed escono a loro piacimento le rutilanti armate dei contestatori.
Che ne è stato dell’ uomo solo al comando, l’unico possibile argine alla marea dei nuovi barbari, armati della loro freschezza e del consenso di milioni di cittadini incazzati? Si è assegnato il ruolo di capro espiatorio, ritenendo che un giorno non lontano sarà lo stesso popolo che ha bocciato il suo progetto a richiamarlo a gran voce, a chiedergli di tornare alla guida di un Paese frastornato e deluso dai falsi profeti.
È l’ennesima scommessa che aleggia tra gli scanni semivuoti di un parlamento che aspetta solo che si compia la catarsi delle elezioni, tra sogni rivoluzionari, incubi di restaurazione e grandi interrogativi di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi.

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