La Deriva Neocentrista

 

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Da qualche settimana osservo in silenzio quanto sta accadendo nel PD, che non è certo l’ombelico del mondo, ma pur sempre un luogo nel quale il dibattito politico non conosce soste. Consumato il referendum, il cui esito avevo previsto, anche nelle dimensioni della sconfitta, si è aperta la caccia al destabilizzatore, il reprobo che ha osato mettere in discussione e minacciare antichi equilibri e consuetudini, assetti istituzionali, pratiche consociative e rendite di posizione consolidate da decenni. Lo ha fatto con sprezzo del pericolo, spesso peccando di superficialità e con piglio arrogante, ma non si è
limitato a questo: ha tentato di pilotare il post comunismo fuori dalle sue tradizionali riserve di caccia, invadendo i territori di centro nei quali, negli anni della prima repubblica, aveva pascolato, quasi indisturbata, la democrazia cristiana. A fronte di tali arrembanti iniziative, il grumo di potere denominato “ditta” si è dapprima contrapposto con tattiche da guerriglia, per poi schierarsi in combattimento nella tenzone referendaria e procedere alla creazione di un nuovo soggetto politico. Tra le motivazioni addotte dagli scissionisti, oltre alla contestazione di tutte le scelte di governo, nelle quali si è materializzato il riformismo renziano, campeggia l’addebito di una deriva neocentrista, che avrebbe snaturato ed indebolito il PD, alienandogli il favore del suo elettorato tradizionale. Per comprendere quanto siano strumentali queste accuse, è sufficiente guardare ai numeri, senza inoltrarsi in una riflessione sui corollari del teorema
della vocazione maggioritaria. Il partito guidato da Renzi non è mai sceso, nelle varie consultazioni, e nei periodici sondaggi, sotto il 30%, mentre alle elezioni politiche del 2013 Bersani si è fermato al 25%, in costanza di appoggio da parte di Cgil, insegnanti, operai, giovani, disoccupati…ed in alleanza con SEL.
Così difficile capire che senza “deriva” neocentrista  il PD non può aspirare ad essere maggioranza, anche
se solo relativa, in questo Paese? E che la destra ed il M5S temono Renzi e lo individuano come unica seria minaccia alle loro ambizioni di conquista del potere? In un’Italia ed in un’Europa gonfie di umori di destra, ribollenti di populismo e sovranismo, ammaliate da trumpismo e putinismo, qualcuno ritiene di poter reggere il confronto elettorale, rimasticando ideologie ottocentesche, che già il novecento ha sepolto sotto cumuli di macerie? Solo un blocco sociale di riformisti, inclusivo dell’area liberal-democratica può tentare di fare argine alla marea. Le aree larghe della sinistra, da sole, verrebbero travolte.

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