Sinistra e populismo

 

muro08Se rivolgiamo uno sguardo all’Europa ed al mondo, non facciamo alcuna fatica a renderci conto di quanto sia omogenea la crisi della sinistra, che viaggia in parallelo con la crescita tumultuosa del populismo.
La globalizzazione ci ha traghettato da una società chiusa, che si difendeva dall’invasione di merci, esseri umani ed idee erigendo muri materiali ed ideali ad una società aperta, fondata su concorrenza e competitività, più attenta alle energie vitali dei primi, che agli aneliti di sopravvivenza degli ultimi.
La caduta del muro di Berlino, certificando la decomposizione del blocco sovietico, ha messo in moto processi di trasformazione di tutti i partiti della sinistra europea, ed, in particolare, dei post comunisti italiani, chiamati per la prima volta ad assumere responsabilità di governo.
Mentre il vecchio PCI vantava la rappresentanza quasi esclusiva della classe operaia, e ne difendeva il ruolo politico e sociale, anche attraverso il potentissimo sindacato di riferimento, le formazioni politiche che ne hanno raccolto l’eredità sono divenute sempre più interclassiste e, dovendo misurarsi con gli interessi generali del Paese, meno in sintonia con le ragioni dei più deboli.
La grande crisi economica, che nel 2008 è tracimata dall’America in Europa, ha prodotto i suoi effetti più perniciosi nei paesi deboli del Mediterraneo ed in Italia ha lacerato la coesione sociale, peraltro costruita con un enorme debito pubblico, ed aggravato il divario tra nord e sud del Paese. La dolorosa perdita di posti di lavoro, provocata da delocalizzazione di attività produttive e conseguente chiusura di fabbriche, il tracollo di un’agricoltura non più competitiva sul mercato interno ed estero, l’invasione di enormi masse di migranti nordafricani, il degrado delle periferie urbane e l’intollerabile tasso di corruzione sono stati imputati sbrigativamente alla sinistra di governo ed hanno gonfiato le vele dei populisti.
La Francia, la Spagna, l’Olanda, l’Austria e la Germania, che si sono di recente recate alle urne, hanno tutte pesantemente penalizzato le sinistre omologhe a quelle italiane e premiato populismi nazionalisti con qualche venatura xenofoba, per cui quanto è avvenuto da noi non può definirsi sorprendente e, se le dimensioni del fenomeno sono maggiori, è dovuto alla quantità del disagio.
Inutile quindi contorcersi e sfiancarsi nell’individuazione di capri espiatori, o spendersi in
tatticismi; meglio tentare di capire perché in una società aperta la sinistra va in sofferenza ed il suo tradizionale elettorato preferisce inseguire altrove la suggestione dell’uomo forte, dopo aver denunciato la deriva autoritaria che si stava consumando in casa propria.

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